Introduzione
Primo Levi, presentando La chiave a
stella nel 1978 (ovvero a una trentina d'anni dal suo
esordio come scrittore in Se questo è un uomo,
apparso per la prima volta nel 1947 in 2500
esemplari presso l'editore De Silva di Torino, dopo un rifiuto
della casa editrice Einaudi e a una ventina d'anni dalla
ripubblicazione di quello straordinario documento da parte della
stessa Einaudi nella collana dei "Saggi"), tenne a dire a qualche
intervistatore: "Questa è un po' la mia opera prima: quando ho
scritto gli altri libri, avevo un'altra professione, facevo il
chimico. Ma da un anno e mezzo scrivo soltanto. La chiave a stella
è il mio primo lavoro professionale, dunque.."
La letteratura industriale in voga, almeno
nelle discussioni, negli anni Sessanta pareva in un certo senso
richiamata a operare, ma rovesciata di segno. L'ex chimico Primo Levi
in La chiave a stella si riprometteva senz'altro di fare un
discorso positivo sul lavoro, sull'amore al lavoro. Lui, che aveva
parlato della tragedia del lavoro coatto ad Auschwitz, non aveva mai
ceduto alla demonizzazione del lavoro. Il suo lavoro da chimico gli
aveva non solo salvato la vita nel campo di sterminio stesso, e
successivamente gli aveva assicurato un ragionevole guadagno e una
pensione, ma gli aveva elargito le esperienze di cui scrivere: "lo
scrittore che ne manca lavora a vuoto, crede di scrivere ma scrive
pagine vuote ".
In La chiave a stella, è vero,
Levi pare raccontare o, meglio, farsi raccontare le esperienze di un
altro, ovvero del montatore Libertino Faussone, detto Tino, un
tecnico piemontese che va in giro per il mondo a montare gru, ponti
sospesi, strutture metalliche, impianti petroliferi. Ma Levi si
immedesima nel suo personaggio, ne vive le avventure con
disponibilità e gusto. Faussone è una specie di Ulisse
che erige ovunque monumenti con la sua " chiave a stella", l'utensile
che serve per verificare il serraggio dei bulloni, un passepartout
che va bene per tutti i bulloni, morbidi, duri, ostinati. Non
c'è mai il rischio che sfalsi la filettatura, perché sa
dosare i suoi strappi e avverte sempre la mano che quello è
l'ultimo giro e oltre non si può andare. La chiave a stella
conosce bene le sue funzioni, accoppiando forza e delicatezza, impeto
e misura.
Prima di fare il montatore di tralicci,
Faussone era alla Lancia, alla catena come tanti altri, e non gli
piaceva troppo, ma ne è uscito reagendo, formandosi una
professionalità. Ora è richiesto dappertutto, e ovunque
è chiamato a vivere le sue avventure, estraneo a ogni
ideologia, ma con vivace senso dell'umorismo e dell'epica insieme,
con un certo orgoglio nel coltivare il lavoro, specializzato, anche
se non può non risultare a lui, come a Levi, non precisamente
di moda ai nostri giorni. ´Io, l'anima ce la metto in tutti i
lavori. Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo
amoreª, dice Faussone. E Levi rincara: "Amare il proprio lavoro
costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità
sulla terra".
Levi non aveva dubbi. "So che il mio libro
è destinato a provocare qualche polemica, anche se non
è nato con intento polemico. Certo, al giorno d'oggi il
rifiuto del lavoro è addirittura teorizzato da componenti
giovanili, ma anche senza giungere a queste posizioni estreme esiste
in strati piuttosto diffusi una tendenza a sottovalutare la
competenza professionale intesa come valore positivo in sé",
diceva. E proprio per questo s'impegnò, divertendosi e
divertendo, a dare forma letteraria al personaggio di Faussone. Un
piemontese all'estero anche nel linguaggio, il linguaggio Fiat
degradato, povero di vocaboli, con un impasto di metafore prese dal
mondo dell'industria e già usate anche dai calabresi appena
arrivati al Nord. La chiave a stella è il libro
più ottimista di Primo Levi.