Premessa
Se si sta in gruppo serrato, come fanno d'inverno
le api e le pecore, ci sono vantaggi: ci si difende meglio dal freddo
e dalle aggressioni. Però chi sta al margine del gruppo, o
addirittura e isolato, ha altri vantaggi, può andarsene quando
vuole e vede meglio il paesaggio. Il mio destino, aiutato dalle mie
scelte, mi ha tenuto lontano dagli assembramenti: troppo chimico, e
chimico per troppo tempo, per sentirmi un autentico uomo di lettere;
troppo distratto dal paesaggio, variopinto, tragico o strano, per
sentirmi chimico in ogni fibra. Ho corso insomma da isolato, ed ho
seguito una via serpeggiante, annusando qua e là, e
costruendomi una cultura disordinata, lacunosa e saputella. A
compenso, mi sono divertito a guardare il mondo sotto luci inconsuete
in-vertendo per cosf dire la strumentazione: a rivisitare le cose
della tecnica con l'occhio del letterato, e le lettere con l'occhio
del tecnico.
I saggi qui raccolti (già comparsi in
massima parte su « La Stampa») sono il frutto di questo mio
più che decennale vagabondaggio di dilettante curioso. Sono
«invasioni di campo», incursioni nei mestieri altrui,
hrac-conaggi in distretti di caccia riservata; scorribande negli
sterminati territori della zoologia dell'astronomia della
linguistica: scienze che non ho iaai studiato siste-' maticamente, e
che appunto per questo esercitano su di me il fascino durevole degli
amori non soddisfatti e non corrisposti, e stimolano le mie pulsioni
di voyeur e di ficcanaso. Altrove, mi sono avventurato a prendere
posizione su problemi attuali, o a rileggere classici antichie
moderni, o ad esplorare i legami trasversali che collegano il mondo
della natura con quello della cultura; sovente ho messo piede sui
ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con
quella letteraria scavalcando un crepaccio che mi è sempre
sembrato assurdo. C'è chi si torce le mani e lo definisce un
abisso, ma non fa nulla per colmarlo; c'è anche chi si adopera
per allargarlo, quasi che lo scienziato e il letterato appartenessero
a due sottospecie umane diverse, reciprocamente alloglotte, destinate
a ignorarsi e non interfeconde. È una schisi innaturale, non
necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della
controriforma, quando non risalga addirittura a una interpretazione
meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto. Non la
conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo,
Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né
gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né
Michelangelo; né
la conoscono i buoni artigiani d'oggi, né i fisici esitanti
sull'orlo dell'inconoscibile.
Qualche volta mi sento chiedere, con
curiosità o anche con burbanza, come mai io scrivo pur essendo
un chimico. Mi auguro che questi miei scritti, entro i loro modesti
limiti d'impegno e di mole, facciano vedere che fra le «due
culture» non c'è incompatibilità: c'è
invece, a volte, quando esiste la volontà buona, un mutuo
trascinamento. Spero inoltre di trasmettere al lettore un'impressione
che provo spesso: stiamo vivendo un'epoca piena di problemi e di
pericoli, ma non noiosa.
Primo Levi
16 gennaio 1985.
return to
index page