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Prefazione
A un certo punto del percorso viene
naturale fare i conti, tutti: quanto si è ricevuto e
quanto dato; quanto è entrato, quanto è uscito
e quanto resta. un bisogno; e soddisfano può essere
piacevole, ma provarlo è un segnale. Vuol dire che
potranno avvenire ancora alcune cose, cadere rami e
spuntarne di nuovi, ma le radici si sono
consolidate.
Quanto delle nostre radici viene dai
libri che abbiamo letti? Tutto molto poco o niente a seconda
dell'ambiente in cui siamo nati della temperatura del nostro
sangue del labirinto che la sorte ci ha assegnato Non c e
regola i Giornali di Bordo di Cristoforo Colombo sono una
lettu ra piena di midollo ma non contengono traccia di un ap
porto di un input letterario ci senti 1 uomo di ventura il
mercante e il politico, non altro. All'estremo opposto,
Anatole France è tuttora un maestro di vita e un
amabile compagno di strada, eppure i suoi molti libri
sembrano scaturire da altri libri a loro volta
libreschi.
Poiché dispongo di input
ibridi, ho accettato volentieri e con curiosità la
proposta di comporre anch'io un'"antologia personale", non
nel senso borgesiano di autoantologia, ma in quello di una
raccolta, retrospettiva e in buona fede, che metta in luce
le eventuali tracce di quanto è stato letto su quanto
è stato scritto. L'ho accettata come un esperimento
incruento, come ci si sottopone a una batteria di test;
perché placet experiri e per vedere l'effetto
che fa.
Volentieri, dunque, ma con qualche
riserva e con qualche tristezza. La riserva principale nasce
appunto dal mio ibridismo: ho letto parecchio, ma non credo
di stare inscritto nelle cose che ho letto; è
probabile che il mio scrivere risenta più dell'aver
io condotto per trent'anni un mestiere tecnico, che non dei
libri ingenti; perciò l'esperimento èun po'
pasticciato, e i suoi esiti dovranno essere interpretati con
precauzione. Comunque, ho letto molto, soprattutto negli
anni di apprendistato, che nel ricordo mi appaiono
stranamente lunghi; come se il tempo, allora, fosse stirato
come un elastico, fino a raddoppiarsi, a triplicarsi. Forse
lo stesso avviene agli animali dalla vita breve e dal
ricambio rapido, come i passeri e gli scoiattoli, e in
genere a chi riesce, nell'unità di tempo, a fare e
percepire più cose dell'uomo maturo medio: il tempo
soggettivo diventa più lungo.
Ho letto molto perché
appartenevo a una famiglia in cui leggere era un vizio
innocente e tradizionale, un'abitudine gratificante, una
ginnastica mentale, un modo obbligatorio e compulsivo di
riempire i vuoti di tempo, e una sorta di fata morgana nella
direzione della sapienza. Mio padre aveva sempre in lettura
tre libri contemporaneamente; leggeva "stando in casa,
andando per via, coricandosi e alzandosi" (Deut. 6.7);
si faceva cucire dal sarto giacche con tasche larghe e
profonde, che potessero contenere un libro ciascuna. Aveva
due fratelli altrettanto avidi di letture indiscriminate; i
tre (un ingegnere, un medico, un agente di borsa) si
volevano molto bene, ma si rubavano a vicenda i libri dalle
rispettive librerie in tutte le Occasioni possibili. I furti
venivano recriminati pro forma, ma di fatto accettati
sportivamente, come se ci fosse una regola non scritta
secondo cui chi desidera veramente un libro è ipso
facto degno di portarselo via e di possederlo.
Perciò ho trascorso la giovinezza in un ambiente
saturo di carta stampata, ed in cui i testi scolastici erano
in minoranza: ho letto anch'io confusamente, senza metodo,
secondo il costume di casa, e devo averne ricavato una certa
(eccessiva) fiducia nella nobiltà e necessità
della carta stampata, e, come sottoprodotto, un certo
orecchio e un certo fiuto. Forse, leggendo, mi sono
inconsapevolmente preparato a scrivere, così' come il
feto di Otto mesi sta nell'acqua ma si prepara a respirare;
forse le cose lette riaffiorano qua e là nelle pagine
che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non
è costituito da quanto ho letto. Mi sembra onesto
dirlo chiaramente, in queste ´istruzioni per l'uso
ª della presente antologia.
Tuttavia, e fermo restando che una
scelta come questa non può essere esaustiva,
né dare al lettore (che le desideri) le chiavi
dell'autore, compilando il volume mi sono accorto che
l'impresa non era tanto a buon mercato. Non era vuota
né superficiale né gratuita: non era un gioco
di società. Stranamente, mi sono sentito più
esposto al pubblico, più spiattellato, nel fare
questa scelta che nello scrivere libri in proprio. A
metà cammino mi sono sentito nudo, e in possesso
delle opposte impressioni dell'esibizionista, che nudo ci
sta bene, e del paziente sul lettino in attesa che il
chirurgo gli apra la pancia; anzi, in atto di aprirmela io
stesso, come Maometto nella nona bolgia e nell'illustrazione
del Doré, in cui del resto il compiacimento
masochistico del dannato è vistoso.
Non avrei previsto, accingendomi al
lavoro, che fra gli autori preferiti non si trovasse
né un furfante, né una donna, né un
appartenente alle culture non-europee; che la mia esperienza
concentrazionaria dovesse pesare cosi poco; che i magici
dovessero prevalere sui moralisti, e questi sui logici.
Pazienza, spiegare il perché non è affare mio,
vorrà dire che il lettore che ne avrà voglia
potrà entrare nel varco e dare uno sguardo
all'ecosistema che alberga insospettato nelle mie viscere,
saprofiti, uccelli diurni e notturni, rampicanti, farfalle,
grilli e muffe.
Proprio come Alcofribas esplora la
bocca e la gola di Pantagruele nel brano che ho riportato
qui: eppure, lo giuro, sce~liendolo non mi ero accorto che
fosse cosi pertinente. Si vede che, per quanto io ami
negarlo, uno straccio di Es ce l'ho anch'io. Insomma,
mentre la scrittura in prima persona è per me, almeno
nelle intenzioni, un lavoro lucido, consapevole e diurno, mi
sono accorto che la scelta delle proprie radici è
invece opera notturna, viscerale e in gran parte inconscia.
Ma in realtà bisognerebbe distinguere due momenti: il
primo, lontano nel tempo e scaglionato su decine di anni, in
cui veramente si eleggono i libri che ci accompagneranno per
la vita, ed il secondo (cioè questo) in cui queste
preferenze vengono sancite, catalogate, dichiarate, e
giustificate nel limite del possibile. Il primo momento
è genuino e non sospetto, il secondo rischia di
essere tendenzioso e inquinato dal gusto dell'oggi. Mi rendo
conto che alcune delle motivazioni che precedono ogni brano
possono essere poco convincenti, avere sapore di ´a
posteriori ª e di razionalizzazione. Non potrebbe
essere altrimenti: non ho sposato quegli autori
perché avevano quelle determinate virtù
o congenialità; li ho incontrati per opera di
fortùna, e le virtù sono venute fuori. Il
lettore saltuario ed erratico, il lettore che legge per
curiosità, impulso o vizio e non per professione, va
incontro a questo genere di sorprese felici ed
inesplicabili. Con buona pace degli psicoslogi, nei contatti
umani non c'è legge: non parlo solo del rapporto
autore-lettore, ma di tutti. Io chimico, già esperto
nelle affinità fra gli elementi, mi trovo sprovveduto
davanti alle affinità fra gli individui; qui
veramente tutto è possibile, basta pensare a certi
matrimoni improbabili e duraturi, a certe amicizie
asimmetriche e feconde. Non posso fare a meno di citare
nuovamente Rabelais (a cui sono fedele da quarant'anni senza
assomigliargli minimamente e senza sapere con precisione il
perché): il suo Pantagruele, gigante generoso,
ricchissimo, nobile, sapiente e coraggioso, incontra per
caso Panurge, mingherlino, povero, ladro, codardo, bugiardo,
carico di ogni vizio; lo avrà per compagno in tutte
le sue avventure e lo amerà per tutta la vita. Si
tratta qui evidentemente delle "ragioni del cuore" di cui
parlava Blaise Pascal, che rispetto, che ammiro, che mi
sorprende, ma intorno a cui mi sono aggirato più
volte invano, come intorno a certe guglie inaccessibili
delle Grigne.
Devo anzi constatare che proprio i
miei amori più profondi e durevoli sono i meno
giustificati: Belli, Porta, Conrad. In altri casi la
decifrazione è più facile. Entrano in gioco la
vicinanza professionale (Bragg, Gattermann, Clarke,
Lucrezio, il sinistro sconosciuto autore della
Specification ASTM sugli scarafaggi), il comune amore
per il viaggio e l'avventura (Omero, Rosny, Marco Polo ed
altri), una lontana parentela ebraica (Giobbe, Mann, Babel',
Schalòm Alechém), una più vicina
parentela in Celan e in Eliot, l'amicizia personale che ho
con Rigoni Stern, D'Arrigo e Langbein, la quale fa si che io
senta (presuntuosamente) i loro scritti quasi un po' miei, e
mi faccia piacere farli leggere a chi non li ha ancora
letti. Il romanzo di Roger Vercel è un caso
particolare: credo che abbia un suo valore intrinseco, ma
è importante per me per mie ragioni private,
simboliche e pregnanti, perché l'ho letto in un
giorno (il 18 gennaio 1945) in cui aspettavo di
morire.
Trenta autori cavati fuori da trenta
secoli di messaggi scritti, letterari e non, sono una goccia
in un oceano. Molte omissioni sono dovute ai limiti di
spazio, ad una eccessiva specializzazione, o alla netta
coscienza che la mia predilezione è patologica,
è un'incapricciatura, un pallino, magari permanente e
giustificabile chissà come, ma non trasmissibile.
Altre omissioni sono più gravi, e vengono da una mia
sordità, o insensibilità, o blocco emotivo, di
cui sono consapevole e non fiero. Le inimicizie sono
inesplicabili quanto le amicizie: confesso di aver letto
Balzac e Dostoevskij per dovere, tardi, con fatica e scarso
profitto. Ho omesso altri testi, specie se poetici, per la
ragione opposta: non mi sono sentito di proporre autori
stranieri che mi sono cari, e che scrivono in lingue che io
conosco (Villon, Heine, Lewis Carrolì), perché
le traduzioni esistenti mi sembrano riduttive senza che io
mi senta capace di farne di migliori; e se non ne conosco la
lingua (molti russi, i lirici greci), perché so gli
inganni che si annidano nelle traduzioni.
In altri casi ancora, è
certamente entrato in gioco un effetto di soglia, di
barriera: si trattava di superare uno sbarramento (di
lingua, di stile, di carattere, di ideologia), dopo il quale
avrei trovato terreno piano; non ho fatto il passo decisivo
per pigrizia, per pregiudizio o per mancanza di tempo. Se lo
avessi fatto, mi sarei forse procurato un nuovo amico, avrei
aggiunto una provincia al mio territorio, meravigliosa per
definizione, perché ogni terra inesplorata è
meravigliosa. Mia colpa: devo confessarlo, preferisco andare
sul sicuro, fare un buco e poi rosicchiare dentro a lungo,
magari per tutta la vita, come fanno i tarli quando hanno
trovato un legno di loro gusto. E ci sono infine, beninteso,
lacune anche più grosse, vuoti senza fondo, che sono
vuoti miei, di una cultura autogestita, sbilanciata,
faziosa, domenicale ed anche violentata: niente di musica,
niente di figurativo, poco o niente dell'universo del
sentimento. Tant'è, non potevo fingere di essere chi
non sono.
Sia per i singoli testi ed autori, sia
per i brani entro l'opera di ogni autore, la scelta è
stata sincera e quasi automatica. Ho abitudine di collocare
i libri preferiti, indipendentemente dal loro tema e dalla
loro età, tutti sullo stesso scaffale, e tutti sono
abbondantemente sottolineati nei punti che amo rileggere:
cosi non ho avuto da lavorare molto. Adesso, a compilazione
ultimata, mi accorgo di una regolarità che non era
nei programmi, anche perché non avevo un programma.
Tutti o quasi i brani che ho scelto contengono o
sottintendono una tensione. Tutti o quasi risentono delle
opposizioni fondamentali inscritte ´d'ufficio ª
nel destino di ogni uomo cosciente: errore/verità,
riso/pianto, senno/ follia, speranza/disperazione,
vittoria/sconfitta.
Non mi sfugge, e mi dà un
leggero fastidio, il carattere lapidario-funerario di
un'opera come questa, e lo vorrei sdrammatizzare: contro la
sua perversa abitudine, il tarlo può trovare altri
legni, o sapori nuovi nei legni vecchi. Solo i morti non
cambiano più e non spingono altre radici, e
perciò solo i morti hanno diritto alla critica, come
saviamente è stato detto: ´E una massima
riconosciuta dell'etica letteraria che soltanto gli
scrittori morti devono essere commentati, visto che non sono
più in grado di spiegare se stessi, né di
perturbare le spiegazioni di coloro che si dedicano al
compito piacevole, e talvolta non privo di utilità,
di rendere chiaro ciò che prima era oscuro, e
profondo ciò che prima era solo chiaro ª (F. C.
5. Schiller, nel suo Commento allo Snark di Lewis
Carrolì).
Gli autori non sono disposti secondo
l'ordine cronologico tradizionale delle antologie, e neppure
sono raggruppati per affinità di argomento. Ho
seguito approssimativamente la successione in cui mi
è accaduto di conoscerli e leggerli, ma spesso ho
ceduto alla tentazione del contrasto, come per inscenare
dialoghi trans-secolari: come per vedere in che modo due
vicini possano reagire fra loro, che cosa possa avvenire
all'interfaccia (per esempio) fra Omero e Darwin, fra
Lucrezio e Babel', fra Conrad il marinaio e Gattermann il
chimico prudente. A Giobbe ho riservato d'istinto la
primogenitura, cercando poi di trovare buone ragionii per
questa scelta.
Il grafo che apre l'antologia vuol
suggerire quattro possibili itinerari attraverso alcuni
degli autori in campo.
P.L.
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